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Meier a Roma

Meier a Roma

Set fotografico

“… tre vele maestose, candide e arcuate, colme di un vento invisibile sospingono la nostra fantasia verso isole lontane, verso quelle avventure di pirati e corsari che abbiamo tanto amato da bambini. Sono vele e sono anche onde gigantesche d’un mare in burrasca, impennate fino al cielo azzurro di Roma. Andare loro accanto, stare sotto a quelle curve impossibili, fa quasi paura, sembra che tutto debba venir giù di schianto da un momento all’altro, in un boato di schizzi e marosi, in un naufragio terribile. E invece le tre vele stanno ben salde, ferme e sicure nell’uragano della nostra immaginazione come nel soffio del ponentino, perché la loro anima è di cemento armato e il loro compito è di comporre presto una chiesa nuova, Dives in Misericordia.”

Mi sembra interessante come in un momento in cui le immagini virtuali tentino di riprodurre verosimilmente la realtà in modo sorprendente, queste parole di Marco Lodoli, apparse qualche tempo fa su un articolo di giornale dal titolo “Le vele al vento della chiesa di periferia”, riescano a dare una chiave interpretativa unica della forma architettonica basata su sensazioni emozionali legate a un luogo, una dimensione, un contesto culturale in grado di generare nuove coordinate dello spazio architettonico. Un edificio che sembra essere progettato per non durare nel tempo concepito come una struttura leggera generata da tre gusci, quasi immateriale, simile ad una installazione temporanea: è questa la chiesa per il nuovo millennio.

Il progetto di Richard Meier, risultato vincitore del concorso ad inviti bandito nel 1996 per la realizzazione della chiesa del duemila (dopo il fallimento del primo concorso nel 1994 con la partecipazione di oltre cinquecento progetti e l’assegnazione di un secondo premio) che vede confrontarsi sei architetti di fama internazionale come Frank O. Gehry, Peter Eisenman, Gunter Behnisch, Santiago Calatrava e Tadao Aando, è oramai giunto in fase di realizzazione.

Trecentoquarantasei conci interamente prefabbricati, ciascuno di undici tonnellate e con una altezza libera di oltre quattro metri di calcestruzzo, vanno a formare le tre vele che, concepite come una porzione della sfera terrestre aventi il medesimo raggio di curvatura e i rispettivi centri disassati, raggiungono una altezza compresa tra diciotto e ventisei metri.

Pensati come un frammento del geoide terrestre, i tre gusci (contrariamente alla geometria del solido di partenza) presentano i meridiani che confluiscono orizzontalmente nei poli posti ai lati e i paralleli verticali dove passa l’asse equatoriale di ciascuna vela. Per la realizzazione dei conci, data la geometria sferica dei gusci, si sono progettati ventidue casseri differenti costituiti di parti mobili e di parti intercambiabili da poter adattare per ciascun caso ad ogni singolo elemento e posizionare in modo tale da rispettare le differenti tolleranze nei giunti, un processo che ha permesso inoltre di mantenere i costi di realizzazione entro valori contenuti.

Onde evitare ogni possibile traccia di bolle d’aria sulle superfici a vista dei conci, particolare attenzione è stata posta alle pareti del cassero a contatto con il calcestruzzo e ai dosaggi delle vibrazioni. La struttura di ogni singolo concio, è delimitata da una dima metallica perimetrale in cui sono stati ricavati i fori per il passaggio di barre e cavi di sospensione; complessivamente si sono realizzati più di quindicimila fori dove far passare barre e trefoli che servono per il bloccaggio di un concio con l’altro: le barre, una prima armatura tra i vari conci, garantiscono un primo assemblaggio tra ciascun blocco e quello superiore; e i trefoli, verticali posti ad una certa altezza e orizzontali passanti, posizionati una volta completata l’intera fila di conci.

La giunzione dei blocchi prefabbricati è stata pensata e disegnata in modo tale da permettere l’unione delle barre di precompressione ed assorbire le eventuali tolleranze dimensionali, da garantirne così la continuità statica della struttura.

Per il posizionamento dei conci in opera, data la natura dei singoli blocchi che presentano un inclinazione di 4,35° tra il piano superiore e quello inferiore, è stato realizzato appositamente un prototipo il “carro ponte”, un traliccio d’acciaio di forma arcuata come le vele stesse, alto trentadue metri e lungo quindici che si muove su binari curvilinei e capace di lavorare su di un piano di lavoro inclinato. Operando attraverso un braccio meccanico in grado di muoversi in sei direzioni, tre traslazioni sul piano delle x, y e z, e tre rotazioni intorno ai propri assi, sono stati posizionati i differenti conci secondo le rispettive coordinate topografiche. Cosa che l’auto gru non sarebbe riuscita a fare, se non per la prima fila dei blocchi che poggiava su di un piano perfettamente orizzontale, poichè avrebbe posizionato il test perfettamente “a piombo” e non sull’asse inclinato di ciascun blocco.

Per questo avvenimento la Italcementi, impegnata come sponsor tecnico, ha brevettato un particolare impasto di cemento ottenuto con graniglia di marmo di Carrara, denominato Cemento Bianco TX Millennium, che con una resistenza superiore a quella del prodotto tradizionale permette alla superficie di auto pulirsi sotto l’effetto dei raggi solari eliminando in tal modo ogni scoria organica depositatasi.

Vedere oggi le tre bianche “vele”, fa comprendere appieno il fine della costruzione che mira a rilevare non soltanto le qualità del materiale ai fini costruttivi, ma la ricchezza insita della materia in quanto strumento di comunicazione sensoriale, dove le variabili tattili di superficie non sono i caratteri scenografici ma sono le qualità intrinseche geminali del materiale stesso come lo sono i requisiti compositivi, tecnologici e strutturali. (1)

Il cantiere di Tor Tre Teste in questo senso nell’evidenziare l’unicità dell’opera d’arte mette in risalto l’esemplarità della “messa in forma” dei materiali, pezzi realizzati industrialmente che individuano le particolarità di assemblaggio e le connessioni dei singoli elementi. (2)

E’ forse questo il senso del “costruire”, dove il cantiere diviene il luogo della sperimentazione e della ricerca tecnologica, dove al peso dei materiali tradizionali si sostituisce la flessibilità di uso e la specificità delle tecniche, che operando attraverso nuove “strategie di posizione” individuano possibili scenari del costruire uno spazio “reale”.

(1) BARBARA, Anna, Storie di architettura attraverso i sensi,
Bruno Mondatori Editori, Milano, 2000.

(2) GREGOTTI, Vittorio, Architettura, Tecnica, Finalità,
Edizioni Laterza, Bari, 2002.

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